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Imparare a leggere dopo i 6 anni e uso tecnologie dalla prima media. Come si comportano i manager di Google e Twitter con i loro figli

6 gennaio 2016
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Visto il livello del progresso in questi tempi, non è raro che ai bambini di oggi, oltre ai cartoni animati, ai giocattoli parlanti e ai dvd interattivi, capiti di avere per le mani anche i ‘giocattoli’ di papà e mamma: il cellulare e il computer.
Potrebbe sembrare una cosa positiva, in questo modo i bambini imparano prima, ma secondo certi studi non lo è affatto.
Secondo una ricercatrice, nei paesi dove i bambini imparano prima a leggere e a scrivere, come la Spagna, si prescrivono più spesso farmaci ai bambini, rispetto ai paesi dove queste nozioni vengono insegnate più tardi, ad esempio la Finlandia.
Il problema sembrerebbe che, di fatto, i bambini che imparano prima in pratica è come se bruciando le tappe rinunciassero anche ad una parte della loro infanzia, della loro voglia di imparare a scoprire il mondo a modo loro, in altre parole è come se venissero privati della capacità di ’stupirsi’ di fronte alle loro ’scoperte’ così come di fronte alle nozioni che vengono loro insegnate.
Da persone che cercano la loro strada nella vita, diventano invece delle semplici “enciclopedie automatizzate”, banali contenitori delle conoscenze che sono state loro impartite praticamente “a forza”, privandoli così del naturale desiderio intrinseco in ogni bambino di scoprire da soli come “funzionano” le cose.
Eppure secondo altri la facilità con cui i nuovi dispositivi sono letteramente fruibili anche dai bambini sembrava essere una cosa positiva, sembrava aprire strade nuove ai metodi di educazione, ora invece il dubbio è che in realtà ’snaturino’ l’essenza stessa del ‘crescere’.
Gli stessi dirigenti delle società protagoniste della rivoluzione culturale portata dai recenti progressi tecnologici, si sono dati la regola di non consentire ai loro figli di accostarsi a queste nuove realtà almeno fino all’età di 10-11 anni circa.
Il desiderio di molti genitori di voler assicurare ai propri figli un futuro dove non si sentano ‘indietro’ rispetto alle ‘nuove tecnologie’ può sembrare a prima vista legittimo, ma pensandoci bene forse è solo l’ennesima illusione: le ‘nuove’ tecnologie, del resto, cambiano così in fretta che, nel tempo che un bimbo cresce, già sono diventate obsolete più volte, se un bambino impara a maneggiare certi ’strumenti’ già a età come 3,4,5 anni, tali strumenti saranno già superati quando ne avrà 10, o 15, o 20, o quando sarà adulto ed entrerà nel mondo del lavoro, per cui sembrano proprio una perdita di tempo certi insegnamenti così precoci.
Viceversa le nuove tecnologie, man mano che prendono piede, sono anche sempre più semplici da acquisire e padroneggiare (le potrebbe usare anche un bambino!), per cui non c’è davvero il rischio che i figli possano ‘restare indietro’, a tempo debito sapranno utilizzare tali tecnologie, come del resto ci sono riusciti i loro genitori, e magari saranno ancora capaci di ’stupirsi’ di fronte a queste ‘novità’.

Fonte: orizzontescuola.it

La scelta del lavoro la fanno i giovani… o i genitori?

19 novembre 2014
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In Italia il 54% dei giovani ammette di esser influenzato dai genitori sul proprio sviluppo professionale. Più della metà vorrebbe imparare ancora dalla famiglia e il 40% dei genitori ritiene di non aver dato abbastanza appoggio ai propri figli.

In altri paesi si registrano valori nettamente differenti come il 92% per l’India, il 76% per l’Australia, il 72% per gli Stati Uniti e il 62% per la Spagna. Dall’altra parte invece troviamo la Svezia con solo il 35%.

Nei paesi dell’Europa del sud, come l’Italia del resto, i genitori hanno una notevole influenza sui propri figli anche perché è la famiglia che fa l’investimento sul giovane. Il rischio di una situazione tale è che verranno portati avanti sempre e solo le professioni svolte anzitempo dai genitori, provocando, oltre ad uno squilibrio in campo professionale vista anche la continua variazione delle esigenze del mercato, una polarizzazione sempre più netta tra chi è stato consigliato dalla famiglia e chi no, anche a livello di possibilità lavorativi avranno sempre più facilità ad inserirsi nel mondo del lavoro mentre i secondi una crescente difficoltà.

Discorso differente è per il nord Europa, in questo caso non son i genitori ma è lo Stato che finanzia studi e affitti ai maggiorenni e questo implica automaticamente una maggior libertà dei giovani.

In Italia il 35% dei genitori è convinto di non trasmettere a pieno le competenze utili per affrontare il mondo professionale come:

- il problem solving (44%);
- la perseveranza (42%);
- l’integrità (39%);
- la capacità organizzativa e di gestione del tempo (37%).

Fonte: ilSole24Ore

Rende di più l’università o un immobile?

12 novembre 2014
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Secondo una ricerca di Career Paths, azienda specializzata nella costruzione di percorsi di carriera e professionali dalla scuola secondaria all’università, un investimento nell’educazione può valere fino a 16 volte un investimento immobiliare per il proprio figlio.

La differenze tra i due rendimenti è stata quantificata confrontando due differenti ipotesi:

- costi e redditi generati da quattro differenti esperienze universitarie;

  • laurea triennale;
  • laurea magistrale;
  • laurea in Bocconi;
  • laurea presso un college americano appartenente alla Ivy League.

- affitto di un appartamento a Milano da 200mila euro.

I dati son ricavati dal rapporto per quanto riguarda le università fra stipendio medio a un anno dalla laurea e investimento totale per conseguirla, per l’immobile fra affitto incassato nello stesso lasso di tempo e costo dell’abitazione.

In dettaglio, l’investimento medio per una triennale è di 19.050 € che rapportato ad uno stipendio medio da 13.200 € annui indica un tasso di rendimento del 69%.
Per quanto riguarda una laurea magistrale l’investimento quinquennale è di 31.750 euro e rapportandolo allo stipendio medio annuo di questa classe di laureati pari a 16.800 € indica un rendimento del 53%.
Una laurea quinquennale in bocconi costa circa 85 mila € e rapportandola ad un rendimento annuo di 44.346 € riscontriamo un rapporto del 52%.
Per le super università i numeri cambiano, un percorso completo ricalca un investimento totale di circa 200mila dollari, in media il reddito annuo è intorno ai 60mila dollari, con un rendimento relativo del 30%.

Ora veniamo agli immobili: un appartamento da 200mila euro può fruttare in media 8.400€ annui ovvero circa il 4,2%.

Il valore di un investimento è da interpretare come qualcosa che generi un reddito futuro valido e tra immobili e università vince sicuramente la seconda, sia in Italia che all’estero!

Fonte: ilSole24Ore

Basta compiti a casa: in Francia i genitori si ribellano

22 giugno 2012
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I genitori francesi degli alunni della scuola elementare, con l’aiuto della FCPE, l’associazione dei genitori francesi, lo scorso 15 marzo hanno lanciato un appello per invitare alla protesta contro i compiti a casa.
Basandosi su una dimenticata circolare ministeriale del 1956, che vietava “di assegnare compiti a casa ai bambini delle scuole primarie”, i genitori chiedono agli insegnanti un nuovo rapporto scuola-famiglia, sperimentando, per esempio, altre modalità per comunicare il lavoro fatto in classe e altre modalità per supportare l’istruzione dei bambini delle elementari.

Per comprovare la correttezza della loro richiesta, in un comunicato stampa della FCPE si dichiara: “O i ragazzi hanno capito la lezione in classe e allora è inutile perdere tempo a casa; o non l’hanno capita, ma non la capiranno senza l’aiuto di un insegnante”. Con questa frase hanno cercato di spiegare la loro proposta nel fianco delle disuguaglianze sociali, cosa che dovrebbe fare rifletter anche i nostri docenti.
A loro opinione, i compiti a casa, oltre a causare liti in famiglia, ampliano le diseguaglianze tra i bambini, molti dei quali non hanno i genitori che possono seguirli nè gli strumenti adeguati.

Fonte: TecnicaDellaScuola.it

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