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Primavera dell’università: “La fuga dei cervelli è costata 23 miliardi”

11 maggio 2016

Sessantotto rettori di altrettante università italiane si sono incontrati per fare il punto della situazione riguardo l’università italiana.
L’esito della riunione, in termini molto riassunti, è che il governo sta finalmente cominciando a muoversi, ma ancora molto lentamente.
La situazione è che in Italia c’è la percentuale di laureati più bassa di tutta europa, circa la metà della media dei paesi industrializzati, di gran lunga inferiore ad ogni altro paese europeo.
Il numero di docenti in Italia è anch’esso drammaticamente inferiore agli altri paesi, gli investimenti dedicati all’università sono di molto inferiori persino a paesi come la Corea del Sud e la Germania.
Negli ultimi anni gli altri paesi europei hanno aumentato i fondi per l’università, chi più chi meno, da pochi punti percentuali fino in certi casi anche al 20%, mentre in Italia sono stati invece tagliati fin quasi del 10%.
Sembra di assistere all’inesorabile declino dell’università italiana: man mano che passano gli anni si trovano meno studenti, meno ricercatori, meno dottori di ricerca.
Parliamo di diritto allo studio: in Italia le borse di studio sono usufruite da meno del 9% degli studenti, in altri paesi si va anche dal 40 all’80%.
Anche i privati investono molto meno nell’università italiana in confronto ad altri paesi.
Eppure, nonostante questa drammatica carenza di risorse, la ricerca in Italia è attualmente allo stesso livello dei migliori atenei americani e asiatici, è un vero e proprio miracolo italiano, ma i miracoli non possono durare a lungo.
In pratica gli studenti italiani si laureano nel nostro paese e poi vanno a lavorare altrove, dove possono ricevere remunerazioni più adeguate, facendo una stima si può parlare di decine di miliardi di ‘capitale umano’ che emigra all’estero invece di contribuire alla crescita dell’Italia, dando così luogo in sostanza ad un costo invece che ad un investimento.
Si arriva al paradosso che chi guarda all’Italia dall’estero resta sorpreso di come sia possibile che le università italiane riescano ancora a resistere e a produrre un qualche tipo di ricerca, ma ovviamente questa capacità che sa del miracoloso non può continuare.
Nonostante il dramma, l’Italia è ancora ottava come numero di pubblicazioni scientifiche, sesta come numero di citazioni autorevoli, prima per numero di lavori prodotti rapportati al numero di ricercatori.
Si parla spesso di università ’sprecona’ e ‘corrotta’, ma la verità è il contrario, la nostra università riesce a fare autentici ‘prodigi’ rispetto alle risorse di cui può disporre, e questo nonostante la burocrazia statale imperante introdotta con le riforme degli ultimi; secondo molti i docenti sono costretti a passare più tempo a riempire carte per dimostrare la loro ‘attività’ che ad insegnare.
Alcuni di loro sono anche in grado di capire la necessità di compromessi tra l’autonomia e la gestione trasparente delle risorse, ma l’assoluta mancanza di flessibilità non può far altro che ’strozzare’ l’attività di ricerca, il compromesso dovrebbe arrivare da ambo le parti in causa o non si tratta più di un ‘compromesso’.

Fonte: repubblica.it

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