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Stop all’orario corto dei docenti

10 aprile 2010

Le due-tre ore risparmiate verranno utilizzate per recuperi e supplenze

MILANO – I docenti non potranno più lavorare solo 15 o 16 ore settimanalmente anziché 18, come previsto dal contratto.

Una circolare della direzione scolastica elimina infatti l’”orario corto”, una formula prevista negli istituti con un gran numero di studenti pendolari: per consentire ai ragazzi di non perdere il treno, molti sono gli istituti (soprattutto tecnici e professionali) che hanno accorciato le ore di lezione da 60 a 50 minuti anticipando l’uscita da scuola. Il risultato alla fine è stato che i professori a fine settimana hanno lavorato per 2 o 3 ore in meno.

Da oggi quelle ore devono essere recuperate. Ogni preside dovrà quindi definire l’eventuale recupero del tempo scuola per gli alunni e del tempo lavoro per i dipendenti.

In poche parole: gli insegnanti utilizzeranno quelle due o tre ore per supplenze e corsi di recupero.

Gli insegnanti non hanno digerito bene la comunicazione ed in fatti sono già sul piede di guerra.

Il segretario provinciale di Flc-Cgil, ha spiegato il contratto dice in modo chiaro che in caso di riduzione dell’orario per ragioni di “forza maggiore” quelle ore di lavoro non vanno recuperate. Ed invita le scuole a non tenere conto della nuova indicazione, in quanto è in conflitto con il contratto stesso.

La circolare ha precisato però che il pendolarismo studentesco è tutt’altro che eccezionale e imprevedibile, quindi verrebbe meno il presupposto della “forza maggiore”. Ed è stato precisato che, se è legittimo accorciare l’orario alla prima e all’ultima ora, non lo è nel resto della mattinata.

La disputa riguarda però la sostanza dell’organizzazione del lavoro in centinaia di scuole. Se saranno i docenti di ruolo a sostituire i colleghi assenti e fare corsi di recupero, il ministero potrà risparmiare soldi utili a chiamare insegnanti supplenti.

Dall’altro lato il rischio è che non vengano più chiamati a lavorare gli insegnanti precari che attendono di essere stabilizzati.

Fonte: Repubblica

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