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Università, quattro italiane tra le prime 200 al mondo. Medaglia d’oro per il Mit

16 aprile 2018
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Secondo la classifica stilata dal QS World University Rankings, una classifica mondiale delle università pubblicata ogni anno da Quacquarelli Symonds (QS), tra le prime 200 università del mondo ci sono anche 4 atenei italiani: il Politecnico di Milano, seguita dall’università di Bologna, dalla Scuola Superiore Sant’Anna Pisa e dalla Scuola Normale Superiore.

Il Politecnico di Milano si posiziona al 170° posto, guadagnando ben 13 posizioni rispetto allo scorso anno.

Segue l’università di Bologna, posizionata al 188° posizione guadagnando 20 posizioni e per la prima volta entrano nella classifica la Scuola Superiore Sant’Anna Pisa e la Scuola Normale Superiore, entrambe al 192° posto.

Invece tra i primi posti della classifica si trovano quattro università americane: al primo posto, per il sesto anno consecutivo, il Massachussett Institute of Technology (Mit), seguito dalle università di Stanford e Harvard mentre il California Institute of Technology (Caltech) sale alla quarta posizione.

Per ottenere questi risultati sono stati analizzati complessivamente 4.388 atenei classificandoli secondo diversi criteri, come opinioni degli accademici e dei datori di lavoro, numero di citazioni, risorse dedicate all’insegnamento, numero di docenti e studenti internazionali.

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Università, Italia penultima per numero di laureati. Ocse: “18% contro il 37% della media. Un ragazzo su 4 è Neet”

10 aprile 2018

L’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) di cui sono membri 35 Paesi boccia l’istruzione italiana.
Ha posizionato l’Italia al penultimo posto, davanti solamente al Messico, nella classifica del numero di laureati con una percentuale del 18% rispetto alla media del 37%.
Dal rapporto annuale “Uno sguardo sull’istruzione 2017” emerge negativamente anche il dato sul conseguimento di una prima laurea, fermo solo al 35%: è il quarto più basso dopo Ungheria, Lussemburgo e Messico.
Nel 2016 solo il 64% dei laureati compresi tra i 25 e i 34 anni ha trovato un lavoro, anzi, nel rapporto si legge che le prospettive di lavoro per i laureati sono inferiori rispetto a quelli dei diplomati.
Inoltre la maggior percentuale di laureati tra i 25 e i 64 anni si evidenzia nell’Italia centrale. Qui riportati i dati generali:

  • Nord: 18%;
  • Centro: 20%;
  • Sud e Isole: 15%;
  • Media Nazionale: 18%.

Un altro dato importante è la preferenza dei corsi: più uomini in materie tecniche e più donne in quelle umanistiche (belle arti, discipline umanistiche, scienze sociali, giornalismo e informazione).
Per quanto riguarda le discipline umanistiche, sanità e nei servizi sociali, l’Italia ha avuto il 60% di lauree conseguite, invece per quanto riguarda le discipline scientifiche si tratta del 24% dei laureati, un dato di poco inferiore alla media Ocse.
Dal quadro stilato si evidenzia che i Neet italiani, ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non studiano né lavorano, sono il 26% contro una media Ocse del 14%: in Campania, Calabria e Sicilia i Neet sono tra il 35% e il 38%, in Sardegna e Puglia il 31% e le regioni con meno inoccupati non iscritti sono Veneto, Emilia Romagna e Trento in cui si fermano al 16%.
In questa classifica dei Neet, solo la Turchia è messa peggio rispetto all’Italia.
Infine nella spesa pubblica per l’istruzione, l’Italia ha dedicato solamente il 4% del suo Pil contro il 5,2% della media Ocse.

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UNIVERSITÀ ITALIANA: DATI E STATISTICHE SUL PERSONALE ACCADEMICO

28 marzo 2018

L’Ufficio di Statistica del Miur si occupa della rilevazione, dell’analisi e della pubblicazione dei dati riguardanti le scuole, gli alunni ed il personale scolastico. Nel mese di febbraio, ha reso disponibile uno studio avente l’obiettivo di indagare la “consistenza numerica del personale delle università e degli istituti universitari statali e non statali”.

La prima parte del Focus traccia un quadro sintetico sulle componenti principali del personale universitario di tutti gli atenei italiani. Nell’anno accademico 2016/2017, le risorse umane universitarie ammontano a circa 125.600 unità, a cui si aggiungono 25.770 docenti non di ruolo. Secondo le statistiche, i docenti a contratto trovano maggiormente impiego negli atenei non statali (67%), mentre negli atenei statali tale percentuale risulta essere il 27%; da sottolineare come essi siano soprattutto uomini, superati dal 58.5% di donne impiegate nel settore tecnico-amministrativo.

La seconda parte del Focus approfondisce alcuni aspetti relativi al personale docente e ricercatore. In particolare, tale personale ammonta a 64.321 unità e costituisce una struttura piramidale.

Infografica Personale Accademico

Interessante è evidenziare la figura degli assegnisti di ricerca, studiosi selezionati con bandi pubblici dagli atenei per lo svolgimento attività di ricerca: si contano in tutti gli atenei statali 26.5 titolari di assegni di ricerca ogni 100 docenti a contratto.

Tale piramide è caratterizzata dalla cosiddetta segregazione verticale, una situazione comune in tutta Europa: sono sempre meno le donne in toga in quanto la presenza femminile diminuisce al progredire della carriera.

Pochi sono i professori di ruolo; quasi 26.000 risultano essere a contratto (esperti in materia reclutati per specifiche esigenze didattiche, scelto a seguito di selezioni pubbliche, per soli titoli, solitamente per un anno accademico, eventualmente rinnovabile), statisticamente se ne contano 37 ogni 100 docenti negli atenei statali.

Anche la distribuzione del personale per ambito disciplinare risulta poco omogenea: in percentuale, il maggior numero dei docenti si occupa di Scienze Mediche (16.3%), mentre il solo il 2% afferisce all’area Scienze della Terra.

L’età media dei docenti negli atenei statali è di 52 anni: l’età massima la raggiungono i professori ordinari (59 anni), l’età minima i titolari di assegni di ricerca (35 anni).

Riassumendo, la fotografia che il Miur ha scattato sul personale docente delle università italiane ha evidenziato la presenza di sempre meno toghe. E sempre più precarie. L’università italiana ha, per così dire, perso per strada, in sette anni, 4650 professori e ricercatori: dai 58.885 nel 2010/2011 siamo passati ai 54.235.

Primavera dell’università: “La fuga dei cervelli è costata 23 miliardi”

11 maggio 2016
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Sessantotto rettori di altrettante università italiane si sono incontrati per fare il punto della situazione riguardo l’università italiana.
L’esito della riunione, in termini molto riassunti, è che il governo sta finalmente cominciando a muoversi, ma ancora molto lentamente.
La situazione è che in Italia c’è la percentuale di laureati più bassa di tutta europa, circa la metà della media dei paesi industrializzati, di gran lunga inferiore ad ogni altro paese europeo.
Il numero di docenti in Italia è anch’esso drammaticamente inferiore agli altri paesi, gli investimenti dedicati all’università sono di molto inferiori persino a paesi come la Corea del Sud e la Germania.
Negli ultimi anni gli altri paesi europei hanno aumentato i fondi per l’università, chi più chi meno, da pochi punti percentuali fino in certi casi anche al 20%, mentre in Italia sono stati invece tagliati fin quasi del 10%.
Sembra di assistere all’inesorabile declino dell’università italiana: man mano che passano gli anni si trovano meno studenti, meno ricercatori, meno dottori di ricerca.
Parliamo di diritto allo studio: in Italia le borse di studio sono usufruite da meno del 9% degli studenti, in altri paesi si va anche dal 40 all’80%.
Anche i privati investono molto meno nell’università italiana in confronto ad altri paesi.
Eppure, nonostante questa drammatica carenza di risorse, la ricerca in Italia è attualmente allo stesso livello dei migliori atenei americani e asiatici, è un vero e proprio miracolo italiano, ma i miracoli non possono durare a lungo.
In pratica gli studenti italiani si laureano nel nostro paese e poi vanno a lavorare altrove, dove possono ricevere remunerazioni più adeguate, facendo una stima si può parlare di decine di miliardi di ‘capitale umano’ che emigra all’estero invece di contribuire alla crescita dell’Italia, dando così luogo in sostanza ad un costo invece che ad un investimento.
Si arriva al paradosso che chi guarda all’Italia dall’estero resta sorpreso di come sia possibile che le università italiane riescano ancora a resistere e a produrre un qualche tipo di ricerca, ma ovviamente questa capacità che sa del miracoloso non può continuare.
Nonostante il dramma, l’Italia è ancora ottava come numero di pubblicazioni scientifiche, sesta come numero di citazioni autorevoli, prima per numero di lavori prodotti rapportati al numero di ricercatori.
Si parla spesso di università ’sprecona’ e ‘corrotta’, ma la verità è il contrario, la nostra università riesce a fare autentici ‘prodigi’ rispetto alle risorse di cui può disporre, e questo nonostante la burocrazia statale imperante introdotta con le riforme degli ultimi; secondo molti i docenti sono costretti a passare più tempo a riempire carte per dimostrare la loro ‘attività’ che ad insegnare.
Alcuni di loro sono anche in grado di capire la necessità di compromessi tra l’autonomia e la gestione trasparente delle risorse, ma l’assoluta mancanza di flessibilità non può far altro che ’strozzare’ l’attività di ricerca, il compromesso dovrebbe arrivare da ambo le parti in causa o non si tratta più di un ‘compromesso’.

Fonte: repubblica.it

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